Italiani, ignoranti digitali poco europei

Italiani, Ignoranti digitali.
Perché l’ultimo rapporto Censis rischia di essere una buona notizia per i sovranisti
Il 54° rapporto Censis
La fotografia del Paese che scatta puntuale il Censis anno dopo anno ha per abitudine la proposizione di metafore linguistiche di grande impatto mediatico e di inusuale prospettiva. L’ultima un poco meno, a guardarla controluce. Anche l’espressione portante: l’Italia come una ruota quadrata che fa uno sforzo immane ad andare avanti non suona così fresca, né troppo impattante. E tra le righe, mentre ovunque si evincono dati dove è il Sud che rischia di passarsela ancora meno bene, d’un tratto la ricentrarura è verso il Nord che deve evitare di diventare periferia europea. Nuova versione di una prospettiva, la cosiddetta questione settentrionale, non solo non più inusuale ma per di più dal sapore fortemente strumentale, progressivamente speculativo. Sembra quasi che il Censis avverta la necessità di un preciso posizionamento e di un distinguo esplicito da quello della Svimez, l’Istituto che faticosamente e coraggiosamente tiene alta l’attenzione sull’annosa questione meridionale, che sì, permane e si rinnova anche nelle forme (per delucidazioni e approfondimenti basterà leggere “Fake Sud”, di Marco Esposito).
L’ignoranza digitale
La questione si fa ancora più rilevante se si combina con due evidenze che emergono fortemente dal 54 rapporto Censis. La prima riguarda l’ignoranza in senso lato, stratificata ormai, e in particolare quella di natura digitale.
Siamo terzultimi in Europa per competenze digitali, solo il 42% ha almeno quelle di base, peggio di noi fanno solo la Romania (31%) e la Bulgaria (29%). Manco a dirlo, i Paesi Bassi invece viaggiano intorno al 79%, la Finlandia al 76%, la Svezia al 72%. In una media europea che comunque si assesta al 56%. Qui, invece, detto altrimenti, non raggiunge un livello di base di conoscenza in un ambito così frequentato come quelli digitale il 58% degli italiani.
Le cause sembrerebbero da ricercare nella carenza di opportunità formative (30%), nella mancanza di tempo (27%), e nel costo (20%). Ma il vero scoglio, rileva l’Istituto diretto da Giuseppe De Rita, è un altro, una sorta di lassismo mentale che fa si che il 24% degli italiani non senta neanche il bisogno di migliorarle, quelle competenze digitali.
La permeabilità alle fake news e l’identità riflessa nel digitale (sono quel che posto)
Non sorprende, di riflesso, una maggiore permeabilità degli italiani a narrazioni mediatiche altrimenti insostenibili, fino alle fake news tanto frequentate da alcuni campioni del sovranismo. Ne deriva, di converso e certo non solo per questi percorsi, un orizzonte miope, anche in chiave “identitaria”. Senza scomodare grandi pensatori che sull’identità da sempre indagano per scavare più a fondo nel senso che ognuno dà alle cose, alla vita, a sé, tolta la famiglia che rimane l’inarrivabile fattore di identificazione (76,3% degli italiani, 83,5% degli anziani), sono le altre voci a meritare più di una riflessione.
Seguono, infatti, questo ordine: essere italiano (39,1%), il legame con il proprio territorio di origine (37,3%) e – dopo il lavoro (29,2%) – la fede religiosa (17,2%). L’identità europea non va oltre il 10,9%. É incalzata, nella considerazione che gli italiani hanno nei fattori di identificazione, dal proprio profilo sui social network (sono quello che posto) che vale un 3,5%, ma che tra i giovani sale al 9,1%.
Autostrade, insomma, per sovranisti antieuropei con forti connotazioni territoriali e per campagne mediatiche che fanno dell’uso ingegneristico delle fake news la cartina tornasole più lampante e pericolosa della fragilità di una democrazia, la nostra. Auguri.